Martedì, 22 Maggio 2018

Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Piemontese

Articolo per Il Nostro Tempo - settembre 2015

 

TORINO – Procedure più snelle, processo breve, costi più contenuti o addirittura azzerati, Vescovi protagonisti: la riforma di Papa Francesco sul processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio è stata per lo più sintetizzata così.

Francesco ha scelto la formula del “Motu Proprio”, ovvero un documento che non è stato proposto da alcun organo della Curia Romana, ma una libera scelta del Sommo Pontefice.

In realtà le lettere sono due: “Mitis Iudex Dominus Iesus” e “Mitis et misericors Iesus” (la seconda relativa al Codice dei canoni delle Chiese orientali).

Abbiamo chiesto alcune considerazioni sulla materia a don Ettore Signorile, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Piemontese.

 

Il Papa ha dunque cambiato il processo matrimoniale canonico, nel segno di una maggiore semplicità e di una minore burocrazia. È proprio così?

“È vero. Il Papa, nella scia dei suoi predecessori, ha cambiato alcune norme del processo matrimoniale canonico, cercando di portare a soluzione problematiche che erano sul tavolo da dieci, quindici anni. Papa Francesco non ha cambiato le norme sulla nullità del matrimonio sacramentale, come qualcuno ha scritto ed erroneamente pensa. La riforma delle norme processuali (le leggi che determinano il modo pratico di attuare il processo) non intacca quelle sostanziali che regolano, alla luce del Magistero, l’istituto matrimoniale: cambia “il come” si deve fare, ma non “il che cosa” si deve giudicare. Il primo punto fondamentale che il Papa ha evidenziato e sul quale è già ritornato più volte, è detto esplicitamente nel Motu Proprio: il mantenimento della natura giudiziale della procedura di accertamento della nullità, anche se profondamente innovata. In questo momento il vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico e i suoi collaboratori hanno molto lavoro per dare attuazione ad una riforma che non è una rivoluzione, ma una evoluzione, un cambiamento di passo nel solco di un servizio pastorale, che non elide o pretende di fare a meno del giuridico.

Per quanto riguarda la maggiore semplicità, credo di poter sostenere che il Motu Proprio nella sua applicazione sarà complesso, per salvaguardare i valori in gioco e cioè la salvezza delle anime, come ricorda il Santo Padre, e la prossimità della Chiesa ai fedeli in difficoltà, senza intaccare principi fondamentali dell’istituto matrimoniale, così come sono stati presentati dal Vaticano II. Un’attuazione che implica un cambiamento di prospettiva perché, nella Chiesa, tutto ciò che è giuridico è pastorale, anche se la pastorale non si esaurisce nel giuridico. Diritto e pastorale sono sempre uniti indissolubilmente perché una legge che non sia pastorale non è una legge, non serve a niente, anzi, è dannosa.

Non si tratta, pertanto, di seguire metodologie secolari o estranee alla realtà di fede e pensare che poiché lo Stato fa il “divorzio breve”, la Chiesa ha inventato il processo “brevior”. Si tratta, invece, di dare risposte alle istanze e alle sofferenze di cui si parla da tempo e che sono emerse con il Sinodo straordinario dello scorso anno. Si tratta di venire incontro non solo ai poveri, ma, guardando alle diverse situazioni locali, penso alle terre di missione, alla povertà di mezzi e persone delle chiese dove è arduo, se non impossibile, far nascere dei tribunali qualificati e autenticamente inseriti nella pastorale della Chiesa.

Il termine “minore burocrazia” è improprio perché in realtà il processo canonico (come qualsiasi altro processo) non è un momento burocratico, ma una tecnica, sempre perfezionabile e quindi mutabile, ancorché indispensabile, tendente a trovare un equilibrio tra le parti, garantendone i diritti, e tutelando un bene superiore, cioè l’indissolubilità del matrimonio cristiano. La validità del matrimonio continua a godere del favore del diritto, come insegna il can. 1060 e “pertanto nel dubbio si deve ritenere valido il matrimonio fino a che non sia provato il contrario”. Nel caso concreto il Santo Padre ritiene che il processo, sia pure innovato, sia lo strumento utile per fare chiarezza su uno stato di vita, per giungere all’accertamento della verità, cioè per accertare l’esistenza o meno di un matrimonio valido”.

 

 

Sarà dunque più facile dichiarare la nullità di un matrimonio? Non si corre il rischio che si indebolisca il vincolo del sacramento?

“Sarà più veloce per il venir meno del secondo grado di giurisdizione, cioè l’appello generalizzato. I motivi, le cause che rendono nullo il matrimonio, non sono cambiati e meno che meno stravolti o con maglie allargate. L’intento del Motu Proprio, chiaramente descritto dal Santo Padre, è quello di rendere lo strumento giudiziale accessibile a tutti coloro che lo desiderano, con una tendenziale gratuità del processo, almeno per i costi del Tribunale. Il Santo Padre rimanda direttamente ai Vescovi il compito di vigilare, perché non vi siano ombre sull’indissolubilità del vincolo. Il primato della misericordia e il primato della pastorale sono connessi e rimandano ad una visione più ampia del matrimonio e della famiglia. Sono consapevole che la teologia, di cui vive il Magistero, ha un compito importante e tanta strada da percorrere per illuminare il diritto sostanziale che regola l’istituto matrimoniale e la giurisprudenza al riguardo. Non ultimo, mi pare essenziale che si giunga ad integrare i canoni sul matrimonio e il sacramento del matrimonio con una trattazione più ampia, anche a livello normativo, della famiglia, statuendo dei nuovi canoni ad hoc. Forse è giunto il momento di giungere ad un più compiuto diritto canonico della famiglia”.

 

Il Pontefice, nel “Motu proprio”, parla espressamente di carità e di misericordia. Si può contestualizzare questa riforma come un gesto importante alla vigilia dell’Anno Santo della Misericordia?

“La parola misericordia ha un nome: Gesù Cristo. La carità è l’amore all’uomo così come egli è, cioè farsi carico dell’uomo “in situazione”. La carità e la misericordia vengono prima e informano tutto il processo canonico, in quanto il giudice deve decidere con saggezza ed equità. L’equità canonica è la giustizia temperata sempre dalla misericordia, secondo la definizione del Cardinale Ostiense, che la attribuisce a san Cipriano e che in latino suona così: “iustitia dulcore misericordiae temperata”. Quanta sapienza nel piemontese Enrico da Susa nato intorno al 1200! Questa riforma presuppone un grande lavoro che ancora attende la Chiesa e che il prossimo Sinodo dei Vescovi dovrà illuminare per sostenere, favorire, accompagnare il matrimonio e la famiglia. Per riproporre le ragioni per cui l’unione tra un uomo e una donna è unica ed indissolubile, non equiparabile ad altri consorzi umani. Attraverso la pastorale è Cristo stesso che agisce nella Chiesa: una pastorale in senso vivo è comunicare Cristo vivo. La misericordia non può fare a meno della verità vissuta, così come non si può opporre in Cristo la presenza della verità e quella dell’amore. Sappiamo che sono tante le persone che, avendo fallito il primo matrimonio, hanno bisogno di vicinanza, di comprensione, di un’autentica accoglienza da parte della Chiesa e di un reale accompagnamento in seno alle comunità cristiane. Questo è il significato dell’attenzione pastorale auspicata da Papa Francesco, anche attraverso il momento giudiziario”.

 

Come si può “leggere” la decisione del Papa a ridosso del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia in programma dal 4 al 25 ottobre prossimo?

“Il Papa, che aveva raccolto dai Vescovi indicazioni sufficienti, ha ritenuto urgente porre in essere questa riforma processuale e i tribunali ne prendono semplicemente atto, auspicando che il Sinodo porti la Chiesa a scelte ponderate e illuminate dallo Spirito Santo. Nel Piemonte si celebrano 1,2 matrimoni religiosi ogni mille abitanti e la natalità registra un saldo negativo pauroso. Il Sinodo spero riesca a riproporre la centralità della famiglia e la bellezza del matrimonio cristiano. A questo guardano con fiducia gli operatori del tribunale, piccolo avamposto e non retroguardia della pastorale famigliare. Tanto più si punta in alto, tanto più si previene, tanto più si ha la possibilità di recuperare le situazioni più critiche, senza scadere in una logica individualista, fortemente contraria al Vangelo”.

 

 

 

Davvero sarà possibile ridurre tempi e costi, ma anche le sofferenze umane legate alle cause di nullità?

“Le sofferenze dei separati – divorziati sono ben più ampie e profonde di quelle che possono derivare dalla causa di nullità. Il processo canonico non è la soluzione a questi problemi; è una possibile soluzione, ma non è l’unica risposta che la Chiesa deve dare alle tante domande che sono giunte al Sinodo. Ridurre i tempi è fondamentale per essere ciò che il tribunale è, cioè uno strumento pastorale efficace, al servizio dei fedeli che ad esso si rivolgono. In Italia i costi sono già da molto tempo davvero contenuti, grazie all’intervento dei Vescovi. Sono tante le persone che hanno ottenuto la nullità senza spese di causa o con una riduzione. I Patroni stabili poi offrono la loro consulenza e patrocinio in modo completamente gratuito. Il 50% delle cause introdotte in Piemonte sono patrocinate gratuitamente”.

 

Cosa cambierà concretamente per i Tribunali Ecclesiastici Regionali?

“Il tribunale ecclesiastico regionale è uno strumento qualificato e preparato che viene in aiuto alle diocesi che non hanno tribunali adeguati o addirittura ne sono praticamente sprovviste.

Anche il tribunale regionale si riferisce e rimanda ai Vescovi delle 17 diocesi del Piemonte e della Valle d’Aosta che lo sostengono, anche inviando loro sacerdoti e operatori. Io sono il vicario dei Vescovi e mi riferisco al Moderatore che è il Presidente della Conferenza Episcopale Piemontese.

Credo che continueremo a fare tutti quei procedimenti che il Motu Proprio identifica come processi ordinari, che non avranno più bisogno di un secondo grado per diventare definitivi e i processi documentali, così come è previsto dal codice e dalla nuova legge che ad esso innova.

Può cambiare molto per l’apporto nuovo che il vicario giudiziale deve dare nel valutare l’esperibilità del processo del Vescovo nelle singole diocesi e nel fornire gli strumenti tecnici e il personale per la sua celebrazione. Il processo brevior credo avrà una valenza di eccezionalità, salvo scadere in una via cattolica al divorzio, perché sono davvero poche le cause già chiare fin dall’inizio. Il processo breve non è una sorta di autocertificazione. Sicuramente cambierà nei tribunali regionali non il modo qualificato di lavorare, ma, con la tempistica, anche la collocazione all’interno di una pastorale integrata. Su questo fronte il Tribunale Piemontese sta lavorando da anni in collaborazione con la pastorale matrimoniale. La pastorale abbraccia tutta la vita della Chiesa ed è la sintesi di tutto ciò che c’è nella Scrittura; diritto e pastorale vivono pertanto della teologia, così come lo stesso Magistero”.

 

Visto dalla prospettiva privilegiata del Vicario Giudiziale, come si può interpretare questo “Motu Proprio” del Papa?

“Abbiamo molto da ripensare e da studiare in questi mesi per vedere e per capire, per attuare prassi e metodologie adeguate e comuni. Siamo tuttavia pronti, fin da subito, per questa avventura, anche se attendiamo per la sua applicazione il contributo fondamentale del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, il quale potrà offrire una interpretazione autentica su alcuni aspetti ancora controversi.

Come interpretare questo Motu Proprio?

In primo luogo è una sfida per il futuro: rendere lo strumento giudiziale sempre più vicino alla gente e capace di cogliere i “segni dei tempi”, non le “mode” di una società complessa e liquida che vuole tutto e subito e senza fatica, ma i segni di Cristo nel mondo, secondo l’immagine del buon samaritano che cura le ferite e si fa prossimo...

In secondo luogo è una scommessa: il processo come un momento autoritativo veritativo che si esprime giudizialmente è intrinsecamente immanente al pastorale; questo è il punto di partenza del Papa e per questo non può non vedere coinvolti in prima persona i nostri Vescovi come pastori. L’immagine è quella dello scriba che sa tirare fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.